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Mercoledì 18/03/2026
a cura di Studio Meli S.t.p. S.r.l.

Trasparenza retributiva: la Direttiva UE 2023/970 ridisegna i confini della Governance ESG

L’equità salariale non è più soltanto un valore etico o un principio declamato nei manifesti aziendali: sta per diventare un diritto misurabile, trasparente e, soprattutto, azionabile. Con l’avvicinarsi della scadenza per il recepimento della Direttiva (UE) 2023/970 (nota come Pay Transparency Directive), fissata per il 7 giugno 2026, l’Italia ha compiuto un passo decisivo. Proprio lo scorso 6 febbraio 2026, il Consiglio dei Ministri ha approvato in via preliminare il decreto legislativo di recepimento, confermando che la gestione del personale non sarà mai più la stessa.

Per le imprese italiane, questo cambiamento si inserisce prepotentemente nel solco della sostenibilità e dei criteri ESG (Environmental, Social, Governance). In particolare, il pilastro “Social” trova nella trasparenza retributiva la sua massima espressione di governance, trasformando la parità di genere da costo burocratico a leva di competitività.

La fine del segreto salariale: cosa cambia nel recruiting

Uno degli impatti più immediati e “disruptive” della nuova normativa riguarda la fase di selezione. Dimenticate la classica domanda: “Qual è la sua RAL attuale?”. La Direttiva impone un divieto assoluto per i datori di lavoro di indagare sullo storico retributivo dei candidati. L’obiettivo è interrompere la spirale di disparità che i lavoratori (specialmente le donne) spesso trascinano da un impiego all’altro.

Al contrario, l’onere dell’informazione si sposta sull’azienda: già nell’annuncio di lavoro o prima del primo colloquio, il datore dovrà indicare la retribuzione iniziale o una fascia retributiva chiara. Questa “trasparenza pre-assuntiva” obbliga le organizzazioni a una pianificazione preventiva dei budget e a una definizione rigorosa dei range salariali per ogni posizione, eliminando la discrezionalità opaca che ha spesso caratterizzato le negoziazioni individuali.

Dal “ruolo” al “lavoro di pari valore”

Il cuore tecnico della Direttiva risiede nel concetto di “lavoro di pari valore”. Non basta più confrontare dipendenti con la stessa mansione; occorre valutare se lavori diversi richiedano lo stesso livello di competenze, impegno, responsabilità e condizioni di lavoro.

Questo spinge le imprese verso sistemi di job evaluation oggettivi e neutrali rispetto al genere. Per un’azienda, adottare questi criteri non è solo un obbligo di compliance, ma un’opportunità per migliorare la propria struttura organizzativa. Un’azienda che sa misurare oggettivamente il valore prodotto dai propri collaboratori è un’azienda più solida, meno esposta a rischi legali e più attraente per i talenti che oggi, sempre più, guardano ai rating ESG prima di accettare una proposta.

Obblighi di rendicontazione e il “limite del 5%”

La normativa introduce obblighi di reporting graduati in base alle dimensioni aziendali. Le imprese con più di 100 dipendenti saranno tenute a comunicare periodicamente i dati sul divario retributivo di genere all’interno della propria organizzazione.

Il dato critico è la soglia del 5%: qualora emerga un gap salariale superiore a questa percentuale non giustificato da criteri oggettivi e neutrali, l’azienda sarà obbligata a condurre una “valutazione congiunta delle retribuzioni” insieme alle rappresentanze dei lavoratori. È un meccanismo di allerta che impone azioni correttive immediate e che mette a nudo eventuali inefficienze nella gestione delle risorse umane.

Anche per le piccole e medie imprese sotto i 100 dipendenti, sebbene esentate dal reporting periodico automatico, il rischio non scompare: ogni lavoratore mantiene il diritto individuale di richiedere e ricevere informazioni sul livello retributivo medio dei colleghi che svolgono lo stesso lavoro, suddiviso per sesso.

L’inversione dell’onere della prova: un rischio legale concreto

Dal punto di vista della tutela giudiziaria, la Direttiva introduce una novità potenzialmente esplosiva: l’inversione dell’onere della prova. Se un lavoratore lamenta una discriminazione e l’azienda non ha adempiuto agli obblighi di trasparenza, spetterà al datore di lavoro dimostrare l’assenza di discriminazione. In assenza di una documentazione rigorosa e di criteri di valutazione chiari, la difesa in tribunale diventa quasi impossibile.

Le sanzioni previste dal decreto di recepimento saranno “effettive, proporzionate e dissuasive”, ma il danno maggiore potrebbe essere quello reputazionale. In un mercato dei capitali e dei consumi sempre più attento alle performance ESG, finire nel mirino per disparità salariali può compromettere l’accesso al credito e la fiducia degli stakeholder.

Verso una gestione strategica: il ruolo del Commercialista

La trasparenza retributiva non è una sfida che si può vincere con il “fai da te” o con semplici aggiustamenti formali delle buste paga. Richiede una revisione profonda dei processi HR, una mappatura delle competenze e un monitoraggio costante dei flussi informativi.

In questo scenario, il Commercialista cessa di essere un mero consulente contabile per diventare un partner strategico nella costruzione di una governance aziendale sostenibile. È fondamentale che ogni imprenditore avvii, con il supporto del proprio professionista, un’analisi preventiva (un “gap assessment”) per mappare lo stato dell’arte della propria azienda e definire un percorso di adeguamento che sia anche un’occasione di crescita.

La domanda per le imprese non è più se adeguarsi, ma come farlo in modo da trasformare un obbligo normativo in un pilastro della propria strategia esg. Il tempo per prepararsi è adesso.

Circhetta Piero
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